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scritti - estratti

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da: Gemme

Poesia per la notte qualunque

poesia della notte qualunque

dispersa

nell’unto piovuto fine d’ovunque

nel silenzio sveglio d’una città sparsa

sposa nuda

graffiata.

La finestra di casa è tutto il mondo

spalancato sguardo di tutti i pensieri

sbucciate righe sbocciate

in un inverno opaco.

Incidenti tra penna e spirito

la sera in cocci poesia

spalancata d’urla fonde

ghiacciata dal ridere volgare

d’un ritmo qualsiasi

in una notte qualunque.

 

Noi che si rema contro la notte                                                                                     al nostro Re

noi che si rema contro la notte

giovani figli del primo pomeriggio

piantiamo un chicco in questa sincope del giorno

strappandola al ricordo del sogno

alla quiete di due occhi svenuti

all’immobile rigirarsi del sonno

 

noi che si rema contro la notte

si vede quasi l’alba la sera

il sole tra le stelle

il tram tra le guglie

mentre il buio t’ammicca

con uno sguardo sprofondato di seduzione disperata

 

noi che si rema contro la notte

si sta la sera a letto a sognare di sognare

non ci si ricorda di tirar su i remi in barca

il mondo ci sfugge al contrario cascandoci addosso

ma la nostra forza è una scintilla che brucia

soffocata dalla luna più testarda

ai piedi delle cascate del cielo

 

Parigi serve Hemingway al banco

con grembiuli camici bianchi

camerieri ghiaccio cubetti

son sonaglio di gente seduta

a tavoli per bene distinti oltre

una penna bianca avorio avara

ch’attende alla banchina

delle boccate del suo sigaro.

america burla dei tuoi ideali

Hemingway scrive girato

chino sulla sua storia vera

disteso dalle lacrime.

Brancaleone amatore seduci

col tuo sguardo d’attore dannato

una paglia di sbieco stantuffa

la carrozza del tuo fascino

tu lì a far credere a due belle

ch’ora sei notte buia

e lo per te le stelle.

            io vivo d’un amore infinito

trino primo e indivisibile

cuocio a fuoco lento

le passioni croccanti

delle cialde dei desideri

sapore amore per tutti

tra’l fumo brillante di sguardi

Parigi m’illumina poesia.

la voce del piano sa di canto

d’incanto del nobile del velluto

della regalità dei mantelli dei popoli

dell’arcobaleno che come zampilli

son botti d’artificio dipinti musica

come la voce ferma d’un uomo

elegante si specchia dalla punta

dei piè noir alla piazza del cilindro

inarrestabile forza a cascata

in pozze lucide di note spruzzate

mosaico vacuo d’un allegro libero

ch’a’l sapore sottile del

dondolarsi delle dita e per moglie

la melodia tinta poesia.

            un profumo balla con la

            mi bella di notte rincorsa

            da un giullare al guinzaglio

            d’un pianista stupito che più

            non tiene il passo e

spesso si fa trascinare 

 

da: Sorgivi, La sete alla sorgente

Dodici di maggio ed un ultimo regalo

il nonno non c’è più per la mamma che piange ormai stanca

il nonno ci saluta mentre io nasco e lui muore

m’ha fatto un dono in lacrime e speriamo c’anche la mamma presto si rassereni

è il nonno ricordo come le foto ad incastro di Minny e Topolino

quelle di pezzi grossi, quelle c’anche se le guardi sparse ti regalano due sorrisi bianchi

e non so proprio come continuare qui solo che bagno da per tutto

con il nonno ch’è il primo che vedo silente alzarsi oltre.

vent’anni fa nascevo strillando

oggi cresco ascoltando le voci di chi parla con parole semplici

sono qui e non c’è nulla da fare senza gli squilli degli miei amici che aspettano

per bere e mangiare questa sera solo pensieri semplici

pensieri che non cancello più perché c’è qui il nonno che resta e detta

ora che gli ho messo una mano sul cuore non sento danzare niente

è duro freddo come una mela stagna e so che è brutto

ma la poesia si consuma nei divampi che piango accesi

così fatta se sono solo oggi di parole limpide e sincere

che ti dico

che vi dico.

ora c’ho vent’anni ed il nonno m’ha fatto il regalo più vero

vorrei sputarvele tutte le speranze che mi scorrono dentro

tutti si lagnano per l’occasioni persa e la zia che dice che è stupido piangere

lei che di lacrime ne ha viste tante e ne ha piante troppe

io che dentro ammicco il nonno e mi pigio il suo mondo sulla pancia

la morte oggi è un gran sole caldo

i fiori tra i fiori e’l giorno del mio compleanno

le onde del lago

le cravatte e tutte le camice

i pantaloni di velluto a coste larghe come la giacca blu che porto oggi

me l’ha data mio padre

che non si va dal nonno morto senza la giacca

m’ha detto mia madre.

e’l prete c’ha letto un libro rosso a croci d’oro d’Israele e’l signore ch’accoglie

il nonno che aveva tanti bei peccati che ora non ha più

che non è poi molto per chi non ha più niente

io a braccia conserte stringevo il mio lamento e ne scrivo la preghiera

per il nonno morto senza nessuno che s’è abbracciato piangendo

perché non c’è nulla di stupido nelle lacrime agli occhi.

il regalo di oggi ci metterò una vita a scartarlo

me l’ha scelto con cura il nonno

le infermiere vestite da fatine dispiaciute sanno che tanto soffriva

che insomma ha resistito fin questa mattina ch’è già mezzogiorno

oggi come tra vent’anni resterà solo la cenere

oggi come le urla di questi vecchi a riempire le poche parole che sfondano in stanza

pesano in quest’altro vecchietto ch’ancora parla al nonno

lui che nulla centrava e che s’è ingoiato oltre alla sua ruvida disperazione

l’aspra sofferenza dei dolori del nonno che neanche dormiva di notte

e si vede la morte in faccia rugosa e nera come la conosce

ronza tra sé senza voltarsi com’una mosca sulla carta moschicida.

se mi sento più vivo è perché m’han fatto un regalo

se stringo lo sguardo uscendo sdraiandomi sull’aria fresca intorno

è perché è dall’estate scorsa

dai bagni di Sicilia

che non vedevo una luce così.

 

Foto di casa

Le foto lasciate al giallo del tempo

s’intondano come curve conchiglie senza perle

carte da gioco segnate

che per quanto le si possa mischiare

intrecciano sempre la stessa sorte

se con esse poco s’azzarda. C’è

mia madre che ride s’un pozzo,

lo scatto d’amore è di mio padre 

gliela vorrei far vedere ora che vivono dispersi

di certo non si sono scordati. C’è

un sacco di gente che ride

gente ch’oggi non ha neppure un dente

di certo tra gl’abbracci han brindato per sempre

ma chissà che vento gl’ha sparpagliati.

Son colori da anni settanta

gialli splendenti senape

speranze scoperte di polvere

soffiata con tanta ragione d’alzare

vento come passione

i baci della contestazione brillano tra sguardi accesi.

Vi sono lacrime affacciate al mi sguardo

le stringo a questi spiriti andati

ma se piango io che neanche c’ero

per dio urli chi c’era davvero.

Vi racconto che mai v’ho incontrato

voi d’incalzo intanto spuntate

chi precede un ritratto del sole cresciuto

chi strade in processione d’una Sicilia che sorge. C’è

il trambusto d’un meriggiar in campagna

con il Fran che beve e mangia

che poi si vede ch’era lui il giullare

anche s’ora la pancia inganna

ha sempre avuto movenze dolcissime.

Ci sono tutti i viaggi che m’hanno portato

le carezze schioccate e sguardi stretti

tra sorrisi e fronti tese.

Stanno in basso le foto di casa

si lasciano alla luce d’un giorno ch’in loro sbiadisce

ricordo d’averle vicine d’un lampo 

divampano voci

che non riesco a sentire.

 

Lo sguardo si spoglia sul neon d’un onda poesia

le nuvole si ritagliano pietre e s’incastonano di marmo scuro come foreste fitte

 

l’alba si sfalda

in anelli riflessi metallo

il freddo ci urla

addosso dal gelo

 

sono già affondate le lampare stelle fisse a fior d’acqua di notte profonda

 

smorzare i morsi del mare

verso il sole acceso del mattino

è tra le più belle speranze d’una

 

veglia di vino

profumo

e una valanga di vento di viaggi

 

lo sguardo si spoglia sul neon d’un onda poesia

 

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