scritti - estratti
pag 1. pag 2. pag 3. pag 4. pag 5. pag 6.
da: Gemme
Poesia per la notte qualunque
poesia della notte qualunque
dispersa
nell’unto piovuto fine d’ovunque
nel silenzio sveglio d’una città sparsa
sposa nuda
graffiata.
La finestra di casa è tutto il mondo
spalancato sguardo di tutti i pensieri
sbucciate righe sbocciate
in un inverno opaco.
Incidenti tra penna e spirito
la sera in cocci poesia
spalancata d’urla fonde
ghiacciata dal ridere volgare
d’un ritmo qualsiasi
in una notte qualunque.
Noi che si rema contro la notte al nostro Re
noi che si rema contro la notte
giovani figli del primo pomeriggio
piantiamo un chicco in questa sincope del giorno
strappandola al ricordo del sogno
alla quiete di due occhi svenuti
all’immobile rigirarsi del sonno
noi che si rema contro la notte
si vede quasi l’alba la sera
il sole tra le stelle
il tram tra le guglie
mentre il buio t’ammicca
con uno sguardo sprofondato di seduzione disperata
noi che si rema contro la notte
si sta la sera a letto a sognare di sognare
non ci si ricorda di tirar su i remi in barca
il mondo ci sfugge al contrario cascandoci addosso
ma la nostra forza è una scintilla che brucia
soffocata dalla luna più testarda
ai piedi delle cascate del cielo
Parigi serve Hemingway al banco
con grembiuli camici bianchi
camerieri ghiaccio cubetti
son sonaglio di gente seduta
a tavoli per bene distinti oltre
una penna bianca avorio avara
ch’attende alla banchina
delle boccate del suo sigaro.
america burla dei tuoi ideali
Hemingway scrive girato
chino sulla sua storia vera
disteso dalle lacrime.
Brancaleone amatore seduci
col tuo sguardo d’attore dannato
una paglia di sbieco stantuffa
la carrozza del tuo fascino
tu lì a far credere a due belle
ch’ora sei notte buia
e lo per te le stelle.
io vivo d’un amore infinito
trino primo e indivisibile
cuocio a fuoco lento
le passioni croccanti
delle cialde dei desideri
sapore amore per tutti
tra’l fumo brillante di sguardi
Parigi m’illumina poesia.
la voce del piano sa di canto
d’incanto del nobile del velluto
della regalità dei mantelli dei popoli
dell’arcobaleno che come zampilli
son botti d’artificio dipinti musica
come la voce ferma d’un uomo
elegante si specchia dalla punta
dei piè noir alla piazza del cilindro
inarrestabile forza a cascata
in pozze lucide di note spruzzate
mosaico vacuo d’un allegro libero
ch’a’l sapore sottile del
dondolarsi delle dita e per moglie
la melodia tinta poesia.
un profumo balla con la
mi bella di notte rincorsa
da un giullare al guinzaglio
d’un pianista stupito che più
non tiene il passo e
spesso si fa trascinare
da: Sorgivi, La sete alla sorgente
Dodici di maggio ed un ultimo regalo
il nonno non c’è più per la mamma che piange ormai stanca
il nonno ci saluta mentre io nasco e lui muore
m’ha fatto un dono in lacrime e speriamo c’anche la mamma presto si rassereni
è il nonno ricordo come le foto ad incastro di Minny e Topolino
quelle di pezzi grossi, quelle c’anche se le guardi sparse ti regalano due sorrisi bianchi
e non so proprio come continuare qui solo che bagno da per tutto
con il nonno ch’è il primo che vedo silente alzarsi oltre.
vent’anni fa nascevo strillando
oggi cresco ascoltando le voci di chi parla con parole semplici
sono qui e non c’è nulla da fare senza gli squilli degli miei amici che aspettano
per bere e mangiare questa sera solo pensieri semplici
pensieri che non cancello più perché c’è qui il nonno che resta e detta
ora che gli ho messo una mano sul cuore non sento danzare niente
è duro freddo come una mela stagna e so che è brutto
ma la poesia si consuma nei divampi che piango accesi
così fatta se sono solo oggi di parole limpide e sincere
che ti dico
che vi dico.
ora c’ho vent’anni ed il nonno m’ha fatto il regalo più vero
vorrei sputarvele tutte le speranze che mi scorrono dentro
tutti si lagnano per l’occasioni persa e la zia che dice che è stupido piangere
lei che di lacrime ne ha viste tante e ne ha piante troppe
io che dentro ammicco il nonno e mi pigio il suo mondo sulla pancia
la morte oggi è un gran sole caldo
i fiori tra i fiori e’l giorno del mio compleanno
le onde del lago
le cravatte e tutte le camice
i pantaloni di velluto a coste larghe come la giacca blu che porto oggi
me l’ha data mio padre
che non si va dal nonno morto senza la giacca
m’ha detto mia madre.
e’l prete c’ha letto un libro rosso a croci d’oro d’Israele e’l signore ch’accoglie
il nonno che aveva tanti bei peccati che ora non ha più
che non è poi molto per chi non ha più niente
io a braccia conserte stringevo il mio lamento e ne scrivo la preghiera
per il nonno morto senza nessuno che s’è abbracciato piangendo
perché non c’è nulla di stupido nelle lacrime agli occhi.
il regalo di oggi ci metterò una vita a scartarlo
me l’ha scelto con cura il nonno
le infermiere vestite da fatine dispiaciute sanno che tanto soffriva
che insomma ha resistito fin questa mattina ch’è già mezzogiorno
oggi come tra vent’anni resterà solo la cenere
oggi come le urla di questi vecchi a riempire le poche parole che sfondano in stanza
pesano in quest’altro vecchietto ch’ancora parla al nonno
lui che nulla centrava e che s’è ingoiato oltre alla sua ruvida disperazione
l’aspra sofferenza dei dolori del nonno che neanche dormiva di notte
e si vede la morte in faccia rugosa e nera come la conosce
ronza tra sé senza voltarsi com’una mosca sulla carta moschicida.
se mi sento più vivo è perché m’han fatto un regalo
se stringo lo sguardo uscendo sdraiandomi sull’aria fresca intorno
è perché è dall’estate scorsa
dai bagni di Sicilia
che non vedevo una luce così.
Le foto lasciate al giallo del tempo
s’intondano come curve conchiglie senza perle
carte da gioco segnate
che per quanto le si possa mischiare
intrecciano sempre la stessa sorte
se con esse poco s’azzarda. C’è
mia madre che ride s’un pozzo,
lo scatto d’amore è di mio padre
gliela vorrei far vedere ora che vivono dispersi
di certo non si sono scordati. C’è
un sacco di gente che ride
gente ch’oggi non ha neppure un dente
di certo tra gl’abbracci han brindato per sempre
ma chissà che vento gl’ha sparpagliati.
Son colori da anni settanta
gialli splendenti senape
speranze scoperte di polvere
soffiata con tanta ragione d’alzare
vento come passione
i baci della contestazione brillano tra sguardi accesi.
Vi sono lacrime affacciate al mi sguardo
le stringo a questi spiriti andati
ma se piango io che neanche c’ero
per dio urli chi c’era davvero.
Vi racconto che mai v’ho incontrato
voi d’incalzo intanto spuntate
chi precede un ritratto del sole cresciuto
chi strade in processione d’una Sicilia che sorge. C’è
il trambusto d’un meriggiar in campagna
con il Fran che beve e mangia
che poi si vede ch’era lui il giullare
anche s’ora la pancia inganna
ha sempre avuto movenze dolcissime.
Ci sono tutti i viaggi che m’hanno portato
le carezze schioccate e sguardi stretti
tra sorrisi e fronti tese.
Stanno in basso le foto di casa
si lasciano alla luce d’un giorno ch’in loro sbiadisce
ricordo d’averle vicine d’un lampo
divampano voci
che non riesco a sentire.
Lo sguardo si spoglia sul neon d’un onda poesia
le nuvole si ritagliano pietre e s’incastonano di marmo scuro come foreste fitte
l’alba si sfalda
in anelli riflessi metallo
il freddo ci urla
addosso dal gelo
sono già affondate le lampare stelle fisse a fior d’acqua di notte profonda
smorzare i morsi del mare
verso il sole acceso del mattino
è tra le più belle speranze d’una
veglia di vino
profumo
e una valanga di vento di viaggi
lo sguardo si spoglia sul neon d’un onda poesia
pag 1. pag 2. pag 3. pag 4. pag 5. pag 6.
i materiali di questo sito sono no_copyright - il sapere non s'accresce se non condiviso